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Elena, da Pordenone a New York

Scritto da Ivan Lo Giudice on . Postato in Vita da expat

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26 anni, originaria di Pordenone, Elena è riuscita a realizzare il sogno di tantissimi giovani artisti: lavorare nei teatri di Broadway. Dopo aver studiato in Italia, nel 2011 decide di trasferirsi negli Stati Uniti, la patria dei grandi musical, e con sacrifici e costanza riesce ad affermarsi nel ruolo di stage manager. Ecco la storia di Elena che ci racconta i suoi inizi da attrice, la decisione di partire per gli States e l’intuizione di dedicarsi al lavoro dietro le quinte. Chi la conosce non ha dubbi che il suo carattere solare e il suo sorriso possano giovare a chi le sta intorno. Ecco la sua storia, sembra la trama di un film e invece è tutto vero, sperando che il finale sia “e vissero tutti felici e contenti”.

Elena, quando inizia la tua passione per il teatro?
Ho studiato recitazione da quando avevo 5 anni e ho debuttato nel 1992 con “La Piccola Fiammiferaia”. La passione per il musical è nata soprattutto grazie al boom della trasmissione televisiva “Amici” e all’apertura a Pordenone della scuola Art School, dove seguivo i corsi di danza con Nicoletta Moras, recitazione con Carla Manzon e canto con Paola Moro. Poi nel 2005 la compagnia della scuola mi ha voluta come protagonista del musical “Sister Act” nelle vesti di Deloris VanCartier: un successone!

Una volta finite le scuole superiori? Ti sei laureata?
Sì, mi sono laureata in Tecniche Artistiche e dello Spettacolo all’Università Ca’ Foscari di Venezia e, nel frattempo, seguivo corsi di canto con Mary Setrakian a Roma. Inoltre per iniziare a mettere in pratica le conoscenze acquisite all’università, lavoravo come assistente alla regia per Carla Manzon, la quale seguiva i laboratori di teatro nelle scuole superiori a Pordenone. Ciò mi ha insegnato moltissimo e mi ha fatto per la prima volta respirare la magia del dietro le quinte.

Quando hai deciso di trasferirti negli Stati Uniti?
Nel 2010 ho seguito una MasterClass annuale in Musical Theatre organizzata dalla Stage Entertainment Srl a Milano e subito dopo ho deciso di seguire Mary Setrakian e partire per scoprire nuovi mondi, destinazione: New York.

Da Pordenone a New York. Com’è stato l’impatto con questa metropoli mondiale?
Inizialmente difficile. Da Pordenone o Venezia l’impatto con una metropoli come New York è piuttosto pauroso. New York è una città che offre numerosissime attività, ma i ritmi e l’energia sono talmente alti che abituarsi richiede un po’ di tempo. Ricordo che la prima settimana ero terrorizzata solo dall’uscire di casa! Poi, in realtà, una volta fuori, ci si lascia trasportare dall’aria vitale e si conoscono un sacco di persone interessanti, si visitano mostre ispiratrici, si assiste a spettacoli di qualsiasi genere.

Ci spieghi un po’ in cosa consiste il tuo lavoro?
Lo stage manager, o direttore di scena, è colui che fa le veci di uno spettacolo. Un genitore adottivo. È la persona che supporta ed assiste la visione creativa del direttore, dei designer, degli scrittori e dei performer nel raggiungimento dei loro obiettivi artistici. Le energie dello stage manager sono concentrate nel rendere il processo teatrale semplice e piacevole e nel coordinare diversi gruppi artistici e tecnici con tatto, buon senso e un pizzico di senso dell’umorismo! Sostanzialmente è quella persona che scrive le note di regia e i movimenti di scena, segue il processo di costruzione e creazione di scenografia, oggetti di scena, costumi, dirige lo spettacolo “chiamando” i cambi di luci, di scenografie e gli effetti sonori e mantiene lo spettacolo così come il regista l’ha immaginato. Sembra semplice, ma è una grossa responsabilità!
I miei spettacoli preferiti sono stati finora “The Pajama Game”, musical a tutti gli effetti messo in scena in un teatro Off Broadway, e “Finding Mother”, una dark play molto toccante. Ora mi sto dedicando a Shakespeare, precisamente a “King Lear” con la compagnia Red Monkey Theatre Group, esperienza nuova per me.

Parli sempre in inglese sul lavoro?
Certo! Lavoro soprattutto con ragazzi americani, New York è il cuore teatrale e richiama risorse da tutta l’America. Ogni tanto mi capita di incontrare italiani (soprattutto nell’opera), coreani, giapponesi, canadesi, australiani, che, come me, lottano a denti stretti contro un’altissima competizione americana.

Quando sei partita, avevi già ben chiaro in testa cosa volevi fare una volta giunta a New York?
A New York ho fatto audizioni per diverse scuole e la New York Film Academy mi ha offerto una borsa di studio per il conservatorio annuale di Musical Theatre e mi sono trasferita a gennaio 2012. Dopo il diploma ho accettato delle gig, cioè dei lavori saltuari, come direttrice di scena e da quel momento ho un po’ messo da parte la carriera di attrice per seguire ciò che evidentemente mi viene meglio: organizzare lo spettacolo che avviene backstage.

Come ci si sente ad essere una giovane artista di successo a New York?
Il bello di NY è che, quando le persone ammirano davvero il tuo lavoro, ti chiamano di nuovo o danno il tuo contatto ad altre compagnie. Non mi sono mai fermata da ottobre 2012 e spero che il mio visto artistico venga approvato perché c’è così tanto in ballo che lasciare adesso sarebbe un peccato.

Hai conosciuto altri giovani italiani che cercano fortuna a New York?
Tantissimi. Gli italiani vengono a New York a cercare fortuna e successo, qualcuno trova la sua strada e lotta per rimanere, tanti vivono una breve esperienza e si trasferiscono in Europa o tornano in Italia. In corso con me alla NYFA c’erano due italiani: un ragazzo di Roma, laureato in Lettere, che si è trasferito a Londra, ed una ragazza di Milano, semifinalista ad “Amici” che è tornata in Italia avendo una carriera già avviata. Tanti dei ragazzi italiani che incontro sono laureati, ma vengono qui a tastare il terreno perché in Italia non trovano lavoro. Gli italiani piacciono molto perché dimostrano di aver voglia di fare e di imparare, perché hanno una marcia culturale in più e spesso parlano più di due lingue straniere, ma purtroppo ottenere un visto lavorativo è difficile, le tasse sono salate ed il costo della vita è molto alto.

Quando parli con i tuoi amici in Italia cerchi di convincerli a trasferirsi negli Stati Uniti?
Certo! Soprattutto perché tanti miei amici stanno ancora studiando o cercando di capire cosa vogliono fare nella vita, quindi dico loro “vieni a New York a cercare il tuo talento!”. Una metropoli come New York aiuta ad aprire la mente e a scoprire il proprio vero talento perché tutti possono provare tutto senza essere giudicati. Gli Stati Uniti concentrano culture diversissime, persone da tutto il mondo e tutti si rispettano e si arricchiscono.

Quali sono le principali differenze che hai riscontrato tra lo stile di vita italiano e quello americano?
Innanzitutto New York non è l’America, ma un’isola felice a sé stante, centro mondiale di arte, economia, politica, che ha degli aspetti molto diversi dal resto degli Stati Uniti.
Fondamentale differenza: In Italia si lavora per vivere, in America si vive per lavorare. In Italia ci si dedica al lavoro, alla famiglia, agli hobby, mentre in America ci si dedica principalmente al lavoro, non c’è lo stesso attaccamento alla famiglia e non è facile instaurare rapporti duraturi con le persone. Poi c’è un altro tipo di welfare e di tutela del cittadino; non ci sono una sanità garantita, una previdenza, una pensione garantita, qui ci si deve guadagnare tutto lavorando sodo, a tutte le età.
Più banalmente: non c’è la cultura del cibo e, soprattutto a pranzo, non ci si siede neppure e si mangia un panino continuando a lavorare!

Il tuo posto preferito a New York?
Adoro sedermi sulla prima panchina della Brooklyn Heights Promenade, proprio sulla riva dell’East River, dopo aver attraversato il ponte di Brooklyn e godermi lo spettacolo dello skyline di Manhattan.
Mi piace inoltre mangiarmi un bell’hamburger di Shake Shack e bazzicare nel verde ed artistico Madison Square Park, a pochi blocchi da casa mia.

Ti manca qualcosa dell’Italia?
La mamma! La mia numerosa famiglia sicuramente, alla quale sono molto legata; gli amici che, a causa dei miei impegni e della differenza di orario, non sento molto spesso; il pesce fritto della nonna e la mozzarella di bufala!

Incrociamo le dita. Ti concedono il visto artistico per rimanere a lavorare negli USA. Pensi di rimanerci a tempo indeterminato o ti dai una scadenza?
Ora come ora non mi do nessuna scadenza. Ma sicuramente sento che ancora non è il momento di rimpatriare: New York mi sta offrendo tanto e abbandonare tutto sarebbe da codardi. Sebbene mi manchi l’Italia, penso di rimanere qui per qualche altro anno, perfezionarmi e tornare con più esperienza ed una carriera avviata. Soprattutto perché la nostra Italia ha bisogno di noi e del nostro talento.

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