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La numero 7

Scritto da Sandro Cecchin on . Postato in Narrativa

busker

Era così morbida la pioggia che potevi strappare una nuvola al cielo e sentirne il profumo. Il grigio non conosceva altre sfumature per darmi riparo… ma volare non costava fatica e così saltavo da un ombrello rosso ad uno verde, mi chinavo così basso che dei passanti vedevo solo l’acqua stampata su gambe ginocchia e piedi. Era Agosto, pioggia estiva e quel sapore strano di strada bollente mi rendeva bellezza, il libro dei poeti elettrici era fradicio e macchiato, i capelli un nido di voglie e le mani tenevano alto il loro profilo da pianista. Tirai un bel respiro, accesi la numero 6 e lasciai ai polmoni l’umidità che si meritavano. Potevo essere ovunque, di solito in queste giornate facevo lunghi giri in macchina ascoltando Bukley e Joan o restavo a casa con il caffè, a spedire lettere, bevendo brandy. La solitudine che opprime, la solitudine che dilata, la solitudine che è una striscia di veleno che scorre sotto ai piedi… oggi non la sentivo, perché era un giorno speciale, perché era un appuntamento con la vita al quale non potevo rinunciare, stava a me sentire gli atomi danzare e le ragazze sorridere nei caffè del centro, ero deciso ad essere protagonista e comparsa di questo film.

Sul o’Penny Bridge stavano ancora quei diabolici canadesi che al mattino quando andavo al lavoro suonavano “Save me “… questa era Dublino, e da qui partivano tutti i treni del mio futuro dopo aver lasciato l’Italia più volte.
Uno dei ragazzi si chiamava Dan e aveva la barba come una spugna, lo chiamavano “Trendy“, non nego che ci hanno provato anche con me visti i miei capelli un po’ retrò a darmi soprannomi buffi da liceale, ma per loro, ero solo Sand, il mio nome, la mia storia. Tirai fuori la chitarra acustica (una D18 dell’86), Dan era un ottimo violinista, Rey l’altro canadese teneva un buon tocco di sax fra le dita… suonammo per circa due ore sotto la pioggia, bevendo Guinness, e i soldi piovevano dalle mani di vecchie donne lussuose all’uscita dei centri estetici e commerciali del grande boom economico; io ero ubriaco e vedevo solo la custodia riempirsi con i sorrisi più deficienti della storia Irlandese, ma qualcuno si sedeva, qualcuno ci credeva e i loro occhi brillavano e ci lasciavano in regalo, portafogli, tabacco, biglietti, poesie e giuro che ho visto gente stendersi nelle offerte come segno di benedizione. Mi piaceva… quel gesto… quel cielo grigio… e tutta la sua natura.
Quasi 200 euro in due ore… è stato qualcosa di incredibile.

Abbandonai l’appartamento vicino al porto e mi trasferii da loro per un paio di settimane. Era una casa tipica del quartiere a mattoni rossi, piena di dischi, piena di stronzate come ogni casa vuole. Cucinavo sempre io perché l’italiano è… non mi dispiaceva, come non mi dispiaceva fare la spesa al mercato dei cinesi dove stanze immense e buie si perdevano in garage che vendevano l’inverosimile, l’abbinamento più strano che riesco a ricordare è pesce e aquiloni in stile mandarino.

Abbiamo iniziato a suonare nei club e nei pub e così l’affitto si pagava, per le birre ci pensava Dan che vendeva giornali 2 ore al mattino per 40 euro.
La vita finalmente scorreva liquida dopo anni duri e crisi incredibili era ritornato tutto al suo posto, sapevo come muovermi e trovavo una buona parola per ogni morso allo stomaco della vita che di quotidiano non aveva mai niente. In giro per le piazze sempre gente nuova, studenti, barboni rosso Eire nelle loro lattine, i pub mai stanchi di vivere la notte, c’era abbastanza amore da guardare le donne con malinconia e più ti arricchivi di torba e più pensavi non ritornerò, perché ora tutto palpitava qui, nei sax, nei gabbiani e nelle pozze della bella “bhaiea atha cliath“.
Dan e Ray erano qui col Visa, non amavano molto l’Irlanda ma dicevano che era più facile del Canada… facile in che senso non l’ho mai capito, si limitavano a suonare e bere ma erano simpatici, dei simpatici canadesi, forse una vera amicizia.
Ma non fu così semplice ridare al mondo l’immagine che sognavo da tanto tempo, i fuggitivi lampi della mia vita erano destinati ancora ad un misero ritorno a 2000 km di distanza.
Una sera mentre tornavo a casa trovai il sax di Ray pieno di sangue e Dan che piangeva in cucina, in ginocchio, sul tappetino viola notte con un biglietto in mano… lo lessi….

… E… SE DIO AVESSE UN CORPO SAPREI PRENDERLO PER MANO, MA INCHIODATO ALLA MORTE \ LASCIO SOLO CHE LA PELLE SI SCALDI \ COME RAMO \ FINO AL LUOGO DEL CRANIO.

Rimasi così colpito da questa poesia scritta in punto di morte, che ancora oggi la porto con me.
Dan mi raccontò che suo fratello era malato di cancro e che gli ultimi giorni della sua vita voleva passarli nella terra di nascita… la verde Irlanda, dove popola il micromondo che Ray cantava nelle sue canzoni e finalmente aveva raggiunto.
Lo abbracciai e lo baciai in fronte, ero sconvolto Ray che diavolo… la barba di Dan era umida e si saturò anche del mio pianto, poi la pellicola del film si srotolò… viola… notte…. pub… seme… o’Penny… Brandy… poeti… sax… Agosto…

Era così morbida la pioggia che potevi strappare una nuvola al cielo e sentirne il profumo. Il grigio non conosceva altre sfumature per darmi riparo… ma volare non mi costava fatica e così saltavo da un ombrello rosso ad uno verde, mi chinavo così basso che dei passanti vedevo solo l’acqua stampata su gambe ginocchia e piedi. Era Agosto, pioggia estiva e quel sapore strano di strada bollente mi rendeva bellezza, il libro dei poeti elettrici era fradicio e macchiato, i capelli un nido di voglie e le mani tenevano alto il loro profilo da pianista. Tirai un respiro, accesi la numero 7 e lasciai ai polmoni l’umidità che si meritavano. All’aeroporto c’era il volo per Roma ma prima di salire sul bus 23 , venni colto da una musica insolita, non nelle note ma nell’anima, non resistetti all’impulso di stendermi nella custodia delle offerte… non lo so il perché, ma era un segno di benedizione.

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